Come un segnale radio intercettato nello spazio profondo: una locomotiva cosmica che trascina il soul fuori dal corpo e lo innesta in una macchina. Dai giovani americani al terzomondismo ‘berlinese’ si passano in rassegna stazioni su stazioni, “e sai che barba!” bofonchierebbe qualcuno, a leggerla così. Invece, 50 anni dopo, Station to Station è ancora la più grande succursale di funk mutante, di soul che non pretende di avere la pelle nera, di glam che si fa fashion, di danze libere che diventano coreografie. E il suono? Perché non invecchia?
Marco e Davide, in pratica White Duke e whitedukeno, timbrano velocemente i biglietti e corrono, ancora una volta, a casa dell’uomo che cadde sulla terra
Bowie attraversa il tunnel tra Young Americans e il futuro, lasciandosi alle spalle il sudore umano per scoprire un funk che pulsa, ma già sogna di diventare acciaio.
È un noir astrale: club illuminati al neon, corpi che ballano come automi sensuali, bassi che sembrano battiti cardiaci di un androide innamorato.
Intorno a lui, pionieri e satelliti esplorano lo stesso territorio, tra groove neri, elettronica nascente e un’idea di musica che guarda più avanti che in alto.





