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	<title>Radio Atlanta Milano &#187; Anteprima</title>
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	<description>Libera. Come la passione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 18 Sep 2026 15:30:50 +0000</lastBuildDate>
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		<title>A Venezia: Auber 89, il film documentario di Giuseppe Schillaci che ci racconta la periferia parigina di 40 anni fa</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 07:31:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Tony Graffio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Accompagnato dal regista, Fatsah ripercorre i propri ricordi con un misto di emozione e umorismo, in una storia che è al tempo stesso lucida e sottilmente drammatica. Schillaci gioca sull’ambiguità della memoria stessa, intrecciando archivi comunali, filmati amatoriali, immagini dell’INA, spot pubblicitari e video musicali per seguire l’alternarsi dei ricordi di Fatsah. Chi è il regista Giuseppe Schillaci Giuseppe Schillaci è regista e scrittore, nato a Palermo e residente a Parigi, il suo lavoro è stato premiato nei principali festival internazionali. Il suo precedente documentario Bosco Grande (2024) è stato presentato in anteprima alle Giornate degli Autori del Festival del Cinema di Venezia, si è aggiudicato il Gran Premio alla Competizione Nazionale del FIPADOC di Biarritz. Parallelamente alla sua attività di regista, ha pubblicato due romanzi e collabora con le principali riviste letterarie italiane e francesi. FILMOGRAFIA 2026 Auber 89 (doc) 2024 Bosco Grande (doc) 2022 Il Modernissimo di Bologna (doc) 2021 Zabut (cortometraggio) 2019 Transhumance (VR, cortometraggio) 2017 Tranzicion – arte e potere in Albania (doc) 2016 L’ombra del padrino – ricerche per un film (doc) 2013 Apolitics Now – tragicommedia di una campagna elettorale (doc) 2011 Cosmic Energy Inc. (doc) 2009 The Cambodian Room – situazioni con Antoine D’Agata (doc) Sinossi di Auber 89 Dopo che un incidente ha causato all’attore Fatsah Bouyahmed una perdita di memoria, filmati d’archivio inediti provenienti da Aubervilliers – il complesso residenziale alla periferia di Parigi dove è cresciuto – iniziano a ricollegarlo sia al suo passato personale sia alla memoria collettiva della sua comunità. Girate negli anni ’80 durante un ambizioso progetto di riqualificazione urbana, le immagini ritraggono un quartiere impegnato a migliorare le proprie condizioni di vita e a immaginare un futuro migliore. Mentre Fatsah rivede quei filmati quarant’anni dopo, riaffiorano i ricordi della famiglia, dell’amicizia, della musica e della vita quotidiana, insieme alle tensioni sociali dell’epoca: l’ascesa del razzismo, la disuguaglianza e l’esclusione. Muovendosi tra passato e presente, Auber89 rivisita un fugace momento di speranza prima che la disillusione ridisegnasse la periferia parigina, mentre le texture della televisione e delle videocassette VHS radicano la storia nel mondo sensoriale degli anni ’80. Note [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Accompagnato dal regista, Fatsah ripercorre i propri ricordi con un misto di emozione e<br />
umorismo, in una storia che è al tempo stesso lucida e sottilmente drammatica. Schillaci gioca sull’ambiguità della memoria stessa, intrecciando archivi comunali, filmati amatoriali, immagini dell’INA, spot pubblicitari e video musicali per seguire l’alternarsi dei ricordi di Fatsah.</p>
<div id="attachment_20461" style="width: 620px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2026/08/Falla.jpeg"><img class="size-large wp-image-20461" src="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2026/08/Falla-1024x773.jpeg" alt="Fatsah Bouyahmed" width="610" height="460" /></a><p class="wp-caption-text">Fatsah Bouyahmed</p></div>
<p>Chi è il regista Giuseppe Schillaci<br />
Giuseppe Schillaci è regista e scrittore, nato a Palermo e residente a Parigi, il suo lavoro è stato premiato nei principali festival internazionali. Il suo precedente documentario<br />
Bosco Grande (2024) è stato presentato in anteprima alle Giornate degli Autori del Festival del Cinema di Venezia, si è aggiudicato il Gran Premio alla Competizione Nazionale del FIPADOC di Biarritz. Parallelamente alla sua attività di regista, ha pubblicato due romanzi e collabora con le principali riviste letterarie italiane e francesi.</p>
<p>FILMOGRAFIA<br />
2026 Auber 89 (doc)<br />
2024 Bosco Grande (doc)<br />
2022 Il Modernissimo di Bologna (doc)<br />
2021 Zabut (cortometraggio)<br />
2019 Transhumance (VR, cortometraggio)<br />
2017 Tranzicion – arte e potere in Albania (doc)<br />
2016 L’ombra del padrino – ricerche per un film (doc)<br />
2013 Apolitics Now – tragicommedia di una campagna elettorale (doc)<br />
2011 Cosmic Energy Inc. (doc)<br />
2009 The Cambodian Room – situazioni con Antoine D’Agata (doc)</p>
<p><a href="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2026/08/WkGSlTnA.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-20462" src="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2026/08/WkGSlTnA.jpeg" alt="Auber 89" width="1024" height="778" /></a></p>
<p>Sinossi di Auber 89<br />
Dopo che un incidente ha causato all’attore Fatsah Bouyahmed una perdita di memoria, filmati d’archivio inediti provenienti da Aubervilliers – il complesso residenziale alla periferia di Parigi dove è cresciuto – iniziano a ricollegarlo sia al suo passato personale sia alla memoria collettiva della sua comunità. Girate negli anni ’80 durante un ambizioso progetto di riqualificazione urbana, le immagini ritraggono un quartiere impegnato a migliorare le proprie condizioni di vita e a immaginare un futuro migliore.<br />
Mentre Fatsah rivede quei filmati quarant’anni dopo, riaffiorano i ricordi della famiglia, dell’amicizia, della musica e della vita quotidiana, insieme alle tensioni sociali dell’epoca: l’ascesa del razzismo, la disuguaglianza e l’esclusione.<br />
Muovendosi tra passato e presente, Auber89 rivisita un fugace momento di speranza prima che la disillusione ridisegnasse la periferia parigina, mentre le texture della televisione e delle videocassette VHS radicano la storia nel mondo sensoriale degli anni ’80.</p>
<p><a href="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2026/08/H0gjrg5Q.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-20460" src="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2026/08/H0gjrg5Q.jpeg" alt="H0gjrg5Q" width="1024" height="778" /></a></p>
<p>Note del Regista<br />
“Auber 89”, come molti dei miei film, è nato da un incontro – un incontro che ne ha generati molti altri. La prima persona a guidarmi in questo mondo è stata Patrice Lutier, l’artefice della riqualificazione partecipata dei complessi residenziali di Aubervilliers negli anni ’80. Patrice mi ha aperto le porte degli archivi comunali di Aubervilliers: quasi cento ore di filmati in Hi8 e U-Matic, conservati lì da oltre quarant’anni.<br />
Mentre guardavo queste registrazioni, provavo una strana sensazione, come se quelle<br />
immagini facessero parte dei miei stessi ricordi d’infanzia, ambientati in un quartiere popolare di Palermo. Forse tutte le periferie si assomigliano. Questi archivi video sono pervasi da una straordinaria vitalità collettiva, da una determinazione condivisa a superare insieme le difficoltà. Eppure non sapevo come raccontare la storia delle banlieues francesi che si dispiegavano davanti ai miei occhi. Cercavo qualcuno che potesse incarnare queste immagini dall’interno, una voce unica in grado di trasmettere sia questa storia sia la lotta di un’intera comunità contro la disoccupazione, il razzismo, la dipendenza dall’eroina, il conflitto generazionale e la disillusione politica.<br />
Cercavo un’altra guida che potesse condurmi attraverso questa storia, una che mi sembrasse al tempo stesso così lontana e così vicina alla mia esperienza di chi è cresciuto tra l’Italia e la Francia.<br />
Quando ho scoperto che l’attore franco-algerino Fatsah Bouyahmed appariva in quelle<br />
immagini da adolescente, ho capito che doveva essere lui. La sua iniziale riluttanza, la sua<br />
memoria offuscata – tutto ciò non ha fatto che rafforzare la mia convinzione. Ho capito che il film esisteva nello spazio tra ciò che i nastri conservavano e ciò che Fatsah aveva dimenticato.<br />
È venuto nel mio studio di montaggio, si è seduto davanti a uno schermo e io gli ho mostrato le riprese della sua giovinezza. Lo schermo è diventato, nel senso più vero del termine, una macchina per recuperare la memoria: fotogramma dopo fotogramma, qualcosa si è risvegliato dentro di lui.<br />
Da quel giorno questo incontro tra un uomo e i fantasmi della sua stessa giovinezza è diventato la forza motrice del film, la sua spina dorsale.<br />
Tutto il resto – le digressioni nei miei ricordi attraverso i filmati in Super 8 della mia famiglia, gli archivi della televisione nazionale francese e dell’emittente locale Télé Alphonse Jouis – ruota attorno a questo momento determinante: un uomo che osserva se stesso da bambino e, a poco a poco, ricorda. Ciò che gli ritorna alla mente non è solo il proprio passato, la sua famiglia e i suoi amici, ma anche il ricordo di un’intera comunità che cerca di sanare le proprie ferite attraverso la riqualificazione dei propri spazi di vita quotidiani nei complessi residenziali di Aubervilliers.<br />
Questo film è anche una lettera d’amore agli anni ’80: l’età d’oro della televisione e del VHS. I colori saturi, la tipografia pixelata delle prime sequenze di titoli, le goffe sovrapposizioni video, le dissolvenze incrociate realizzate a mano: tutto questo linguaggio visivo permea l’estetica del film, i suoi titoli, le transizioni e la tavolozza dei colori. Non si tratta di mera nostalgia decorativa: è un modo per rimanere fedeli al mondo che queste immagini hanno creato. La loro ruvidità è una scelta artistica deliberata: ci ricorda che la memoria non viene ripristinata, ma ricostruita. Il montaggio segue questa logica frammentata, riunendo immagini di origini radicalmente diverse accanto a lunghe sequenze di osservazione e a momenti in cui gli abitanti dei quartieri di Aubervilliers si riappropriano gradualmente della propria voce.</p>
<p><iframe src="https://player.vimeo.com/video/1218480498?app_id=122963" width="610" height="343" frameborder="0" allow="autoplay; fullscreen; picture-in-picture; clipboard-write; encrypted-media; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" title="AUBER89 - TRAILER"></iframe></p>
<p>Il trailer del film che verrà presentato il 10 settembre a Venezia in anteprima nell&#8217;ambito delle Giornate degli Autori</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gianmarco Maraviglia, un fotoreporter da approfondimento</title>
		<link>https://www.radioatlanta.it/gianmarco-maraviglia-un-fotoreporter-da-approfondimento/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 19:22:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Tony Graffio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Anteprima]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianmarco Maraviglia]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Reporter]]></category>

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		<description><![CDATA[Nato a Milano nel 1974, mostra molto presto un vivo interesse per il fotogiornalismo Diplomato in fotografia, presso l&#8217;Istituto Europeo di Design (IED), approfondendo gli aspetti imprenditoriali, alla ricerca di giovani e nuovi talenti. Lavora principalmente su progetti a lungo termine ed è affascinato da temi multiculturali e questioni sociali. Negli ultimi anni sta seguendo una personale ricerca su religione, riti, cerimonie in giro per il mondo, utilizzando l&#8217;aspetto spirituale come pretesto per raccontare storie di persone o popolazioni. I suoi lavori sono stati pubblicati su Die Zeit, Washington Post, D La Repubblica, Sette Corriere della Sera, Panorama, Io Donna, Aftenposten, Vanity Fair, Gioia, Svenska Dagbladet, Brigitte, Marie Claire, Woz, Emaho. È anche membro fondatore e direttore di Echo Photojournalism. Ecco chi è il fotogiornalista Gianmarco Maravaglia prossimo ospite della seconda puntata di &#8220;Anno 2021: dove va la fotografia?&#8221; rientrato ieri a Milano da un viaggio di lavoro in Iraq. Tony Graffio ha intervistato Gianmarco Maraviglia per farlo conoscere agli ascoltatori di Radio Atlanta Milano prima della trasmissione in cui sarà ospite della nostra emittente il prossimo mercoledì 31 marzo 2021 TG- Gianmarco, come sei arrivato alla fotografia di reportage? GM- Ci sono arrivato attraverso un percorso abbastanza elaborato e discontinuo; dopo aver frequentato l&#8217;università, mi sono iscritto ad un corso dello IED, da lì ho iniziato a lavorare in campo fotografico facendo lavori diversi: all&#8217;inizio come “paparazzo”, poi occupandomi di fotografare le macchine. Sono passato anche attraverso la fotografia di moda e di food, per un breve periodo, mi sono dedicato ad esperienze di vario tipo, fino a quando sono stato chiamato a dirigere un&#8217;agenzia fotogiornalistica. Per qualche anno, ho ricoperto questo importante ruolo all&#8217;interno di una società italiana, ma non facevo parte del gruppo dei fotografi di quell&#8217;agenzia di stampa. Questa esperienza mi ha fatto capire che io stesso volevo lavorare in un&#8217;agenzia con delle caratteristiche ben precise che fossero congegnate al mio modo d&#8217;essere e che mi permettessero di effettuare un approfondimento giornalistico dei fatti trattati. Nel 2013, ho fondato Echo Photojournalism ed ho chiamato a collaborare con me degli amici e dei colleghi internazionali con cui avevo già avuto modo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div align="JUSTIFY">Nato a Milano nel 1974, mostra molto presto un vivo interesse per il fotogiornalismo<br />
Diplomato in fotografia, presso l&#8217;Istituto Europeo di Design (IED), approfondendo gli aspetti imprenditoriali, alla ricerca di giovani e nuovi talenti. Lavora principalmente su progetti a lungo termine ed è affascinato da temi multiculturali e questioni sociali. Negli ultimi anni sta seguendo una personale ricerca su religione, riti, cerimonie in giro per il mondo, utilizzando l&#8217;aspetto spirituale come pretesto per raccontare storie di persone o popolazioni. I suoi lavori sono stati pubblicati su Die Zeit, Washington Post, D La Repubblica, Sette Corriere della Sera, Panorama, Io Donna, Aftenposten, Vanity Fair, Gioia, Svenska Dagbladet, Brigitte, Marie Claire, Woz, Emaho. È anche membro fondatore e direttore di Echo Photojournalism.<br />
Ecco chi è il fotogiornalista Gianmarco Maravaglia prossimo ospite della seconda puntata di &#8220;Anno 2021: dove va la fotografia?&#8221; rientrato ieri a Milano da un viaggio di lavoro in Iraq.</div>
<div align="JUSTIFY"></div>
<div align="JUSTIFY">
<div id="attachment_12206" style="width: 910px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2021/03/GM-Maraviglia.jpg"><img class="size-full wp-image-12206" src="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2021/03/GM-Maraviglia.jpg" alt="Gianmarco Maraviglia sul terrazzo di casa sua a Milano" width="900" height="675" /></a><p class="wp-caption-text">Gianmarco Maraviglia sul terrazzo di casa sua a Milano</p></div>
</div>
<div align="JUSTIFY">
<div>Tony Graffio ha intervistato Gianmarco Maraviglia per farlo conoscere agli ascoltatori di Radio Atlanta Milano prima della trasmissione in cui sarà ospite della nostra emittente il prossimo mercoledì 31 marzo 2021</div>
<div></div>
<div>TG- Gianmarco, come sei arrivato alla fotografia di reportage?</div>
<div></div>
<div>GM- Ci sono arrivato attraverso un percorso abbastanza elaborato e discontinuo; dopo aver frequentato l&#8217;università, mi sono iscritto ad un corso dello IED, da lì ho iniziato a lavorare in campo fotografico facendo lavori diversi: all&#8217;inizio come “paparazzo”, poi occupandomi di fotografare le macchine. Sono passato anche attraverso la fotografia di moda e di food, per un breve periodo, mi sono dedicato ad esperienze di vario tipo, fino a quando sono stato chiamato a dirigere un&#8217;agenzia fotogiornalistica.</div>
<div>Per qualche anno, ho ricoperto questo importante ruolo all&#8217;interno di una società italiana, ma non facevo parte del gruppo dei fotografi di quell&#8217;agenzia di stampa.</div>
<div>Questa esperienza mi ha fatto capire che io stesso volevo lavorare in un&#8217;agenzia con delle caratteristiche ben precise che fossero congegnate al mio modo d&#8217;essere e che mi permettessero di effettuare un approfondimento giornalistico dei fatti trattati.</div>
<div>Nel 2013, ho fondato<em> Echo Photojournalism</em> ed ho chiamato a collaborare con me degli amici e dei colleghi internazionali con cui avevo già avuto modo di lavorare e siamo diventati una piccola famiglia che si occupa di varie tematiche.</div>
<div></div>
<div>TG- Perché hai scelto di fare del reportage?</div>
<div></div>
<div>GM- Mah, io considero il reportage come una missione, allo stesso modo di chi sceglie di fare il medico o il prete. Io non avevo intenzione di fare nient&#8217;altro al di fuori di questa cosa, perché a tutti noi che facciamo questo lavoro piace sentirci parte di quello che succede nel mondo. Questa scelta nasce ovviamente anche da un forte desiderio di denunciare alcune situazioni perché crediamo molto nel valore etico di portare all&#8217;attenzione del pubblico certe storie che magari non sono molto conosciute. Ci piace anche aver la possibilità di viaggiare, essere al centro di quello che succede.</div>
<div>Sono un po&#8217; queste le mie motivazioni.</div>
<div></div>
<div>TG- Spiegami meglio queste affermazioni; ti interessa vivere nella tua epoca e nei fatti che segnano questi tempi? O vuoi essere nel pieno dell&#8217;evento per vivere totalmente l&#8217;esperienza conoscitiva di ciò che avviene?</div>
<div></div>
<div>GM- Entrambe le cose, poiché queste ragioni sono molto collegate tra loro.</div>
<div>Come giornalista, ovviamente, faccio dell&#8217;informazione un valore assoluto; i tempi in cui oggi vivo hanno un senso solo se conosco un po&#8217; tutto di quello che avviene nel mondo.</div>
<div>Io non riesco a vivere per compartimenti stagni, no? Quello che io vivo qui in Italia è influenzato da quello che sta succedendo in Siria, o in Iraq, o anche in Svezia, se dovesse succedere qualcosa in Svezia. Penso che questo faccia un po&#8217; parte del sentirsi cittadino del mondo, consapevole di quello che succede globalmente e non solo a casa tua, o nel tuo quartiere.</div>
<div></div>
<div>TG- Possiamo dire che si tratta di un interesse politico?</div>
<div></div>
<div>GM- Assolutamente, diciamo che è un interesse di tipo geo-politico.</div>
<div></div>
<div>TG- Perché hai chiamato la tua agenzia Echo?</div>
<div></div>
<div>GM- La mia agenzia si chiama Echo all&#8217;inglese, ma il significato italiano è lo stesso: eco, perché crediamo che quello che accade nel mondo, i grandi avvenimenti, che possono andare dalle guerre, alle rivoluzioni, ai grandi drammi internazionali, così come gli eventi lieti, felici, o importanti per altri motivi, lascino di loro una eco e questa eco sia origine di altre storie. I miei collaboratori ed io siamo più interessati a raccontare le storie che nascono dalla eco che queste storie lasciano nel mondo, piuttosto che raccontare l&#8217;evento stesso.</div>
<div>L&#8217;idea è quella di non seguire la prima linea, per esempio di quando accade una guerra, perché riteniamo che si capisca poco, solo dal raccontare quello che accade negli avamposti. Noi preferiamo arrivare un po&#8217; dopo e vedere che cosa sta succedendo raccontando le storie delle persone che hanno subito l&#8217;evento, o che l&#8217;hanno vissuto in prima persona. E&#8217; un giornalismo più lento, se vuoi, rispetto a chi fa giornalismo in senso stretto, mentre noi ci prendiamo un po&#8217; più di tempo per fare l&#8217;approfondimento delle nostre storie.</div>
<div></div>
</div>
<div class="separator">
<div id="attachment_12208" style="width: 1010px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2021/03/Egitto-prigioni.jpg"><img class="wp-image-12208 size-full" src="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2021/03/Egitto-prigioni.jpg" alt="Egitto prigioni" width="1000" height="667" /></a><p class="wp-caption-text">Egitto, New Cairo. Guardie a protezione del tribunale in cui si sta tenendo il processo a Mubarak. Fotografia di Gianmarco Maraviglia</p></div>
</div>
<div align="JUSTIFY">
<div>TG- Secondo te, esiste anche un valore artistico delle fotografie che scatti in certe situazioni di cronaca, o d&#8217;approfondimento?</div>
<div></div>
<div>GM- Io non mi considero un artista, ma non mi piace nemmeno la parola fotogiornalista per descrivere il mio lavoro; io vorrei invertire i valori in campo perché l&#8217;etica giornalistica che mi permette di raccontare le fotografie che scatto è più importante, per me, delle mie stesse immagini, che ormai possono avere un valore relativo.</div>
<div>Il fotogiornalismo portato nelle gallerie è un discorso che stiamo iniziando ad affrontare perché stiamo iniziando a capire che c&#8217;è un interesse anche da parte di questo mercato che conosco poco, anche se capisco che la stessa storia la si può raccontare con un approccio visivo che può essere più adatto ad essere esposto in una galleria.</div>
<div>Questo fatto va benissimo, fintanto che tu non vai a compromettere l&#8217;integrità della storia che stai raccontando in quel momento. Si tratta semplicemente di raccontare una storia con un mezzo diverso, come può capitare di farlo raccontandola col video, per esempio.</div>
<div>Il fotogiornalismo, la fotografia d&#8217;arte ed il videoreportage sono tre approcci visivi diversi, per tre <em>media</em> diversi. La cosa importante non è che mezzo stai utilizzando in quel momento, ma che la storia che tu racconti rimanga la stessa.</div>
<div></div>
<div>TG- Il reportage funziona se lo si esprime sulle pagine dei giornali attraverso più scatti, mentre in galleria si può presentare o vendere anche una fotografia unica di quello stesso evento? Oppure voi proponete una serie di fotografie di quella storia anche alle gallerie?</div>
<div></div>
<div>GM- Noi proponiamo una serie di fotografie visivamente coerenti tra di loro. In genere noi, per il reportage, facciamo una selezione che va dalle 25 alle 40 fotografie, sapendo benissimo che il giornale quando poi ne utilizzerà 6,7,8, ne ha già utilizzate tante.</div>
<div>Questo è un grosso tema, perché noi comunque torniamo da un viaggio di diverse settimane, se non di più, con 7,8, 9, diecimila fotografie di un reportage. Dobbiamo fare quindi un grosso lavoro di scelta. Prima ce ne occupiamo arrivando a selezionare un centinaio d&#8217;immagini, dopo di che si fa una selezione definitiva in agenzia di circa una cinquantina di fotografie, poi il giornale te ne pubblicherà 6,7,8, quando va bene. Diciamo, per un massimo di dieci immagini.</div>
<div>La galleria invece fa tutto un altro tipo di discorso, può selezionare anche solo 5 fotografie coerenti nell&#8217;ambito della stessa storia Ad una galleria puoi proporre 10 immagini molto seriali per poi venderne una ad un collezionista ed un&#8217;altra ad un altra persona, non è importante che in quel caso si capisca precisamente ciò che si racconta, ma conta il fatto che ogni fotografia ha dietro una storia.</div>
<div></div>
<div>TG- In un reportage come si scelgono le immagini che fanno poi parte della storia? E&#8217; importante che abbiano una sequenza cronologica precisa? Devono mostrare l&#8217;ambiente nella sua totalità e nel dettaglio (vari piani della stessa situazione)? Oppure ciò che conta è il momento saliente dell&#8217;azione? Come si descrive una storia?</div>
<div></div>
<div>GM- Questa è una domanda molto impegnativa. Intanto, bisogna dire che ognuno di noi che si pone sul mercato internazionale, ad un livello abbastanza elevato, per fare un certo tipo di giornalismo, non è un semplice cronista che va sul posto a prendere delle immagini.</div>
<div>Tutti noi siamo degli autori con un nostro specifico linguaggio che caratterizza ognuno di noi. Le fotografia di un fotogiornalista con un suo linguaggio sono immediatamente riconoscibili.</div>
<div></div>
<div>TG- Tu mi stai parlando di linguaggio o di stile?</div>
<div></div>
<div>GM- Non so bene definire lo stile in fotografia, per linguaggio io intendo il tuo modo di raccontare una storia che comprende perfino la storia stessa che tu decidi di raccontare.</div>
<div>Capita spesso che ti puoi indirizzare in un filone di storie che sono vicine al tuo tipo di sensibilità e possono essere molto simili tra loro. Oppure di storie molto diverse che però conservano un nucleo comune di un discorso che tu hai già fatto in altre storie. Questo fatto costituisce la tua uniformità narrativa. Poi, naturalmente, ognuno ha un suo modo d&#8217;approcciare il soggetto, d&#8217;inquadrarlo, d&#8217;utilizzare le luci. Ci sono tantissimi parametri che concorrono a formare un tuo linguaggio. Anche il tempo concorre a formare il tuo linguaggio, perché il linguaggio si forma, a volte, per degli errori che puoi aver fatto, ma che emotivamente ti piacciono, o ti possono andare bene.</div>
<div></div>
<div>TG- Chi sceglie le storie? Lo fa il fotografo? O l&#8217;agenzia? Si cerca un autore che possa essere più adatto alla storia? Come si procede?</div>
<div></div>
<div>GM- Generalmente la storia è scelta dal fotografo, poi ovviamente, se ne parla in agenzia.</div>
<div>Le agenzie contemporanee, come la nostra, sono diverse da quelle di un tempo. Le agenzie di 25 anni fa che avevano la capacità di produrre le storie e pagarle non esistono più. L&#8217;agenzia oggi serve a tante altre cose, serve anche a fare gruppo, avere un confronto interno, una linea editoriale, una diffusione del lavoro poi a livello commerciale, ma non certo a produrre una storia. Ogni fotografo si paga la produzione della propria storia ed è abbastanza normale che sia lui ad anticipare costi e spese per effettuare il servizio.</div>
<div>Noi siamo un&#8217;agenzia abbastanza particolare, siamo quasi un collettivo, ma è l&#8217;agenzia che ha un confronto col fotogiornalista che propone una storia. Spesso sono io a decidere l&#8217;interesse, o meno, che pensiamo possa avere il mondo editoriale per quella storia; quindi io ti posso dire: guarda, secondo me, questa storia qua è meglio se non la facciamo perché non funziona, non interessa, non riusciamo poi a venderla.</div>
<div></div>
<div>TG- Può capitare di non riuscire a rientrare con le spese?</div>
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<div>GM- Può succedere, però, per fortuna, lavoriamo in un mercato abbastanza globale, sicuramente il mercato italiano non è il nostro mercato di riferimento. Noi vendiamo non tantissimo in Italia, vendiamo molto, molto di più all&#8217;estero. Estero vuol dire tanti paesi per cui noi riusciamo a vendere la stessa storia in più di un paese e quando tu la vendi in 2 o 3 paesi, ovviamente rientri bene.</div>
<div></div>
<div>TG- Vi capita d&#8217;essere gli unici reporter presenti in un determinato posto? O potete trovarvi a lavorare tra altri reporter provenienti da altre zone del mondo?</div>
<div></div>
<div>GM- Noi, non facendo attualità, magari andiamo a raccontare delle storie che abbiamo trovato leggendo un trafiletto di un giornale del Pakistan o del Nagorno Karabakh.</div>
<div>E&#8217; difficile che qualcuno vada sulla stessa storia, però è anche ovvio che noi cerchiamo di raccontare delle storie che abbiano qualche collegamento con l&#8217;attualità, perché quello che cercano i giornali è esattamente questo: un retroscena di qualcosa che è già sulle pagine dei giornali.</div>
<div></div>
<div>TG- Le storie possono tornare ad essere d&#8217;attualità?</div>
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<div>GM- Sì, le storie tornano d&#8217;attualità a seconda degli eventi, infatti noi proponiamo spesso delle nostre storie già realizzate un anno prima, due anni prima, anche su tematiche che per vari motivi sono tornate attuali.</div>
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		<title>L&#8217;Estate di Bob Marley</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2021 12:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Tony Graffio]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[1980]]></category>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<description><![CDATA[Come cambierebbe la nostra vita se avessimo una seconda chance? È quanto accade a Pietro, scrittore di mezza età, che in una notte insonne subisce un attacco di panico e sviene. Al risveglio si ritrova di nuovo ventenne nella casa dove ha abitato da ragazzo nel giorno dello storico concerto milanese di Bob Marley, che Pietro ha sempre rimpianto di non aver visto. Il fratello Luca gli offre un biglietto. È la seconda chance che cambierà il corso della sua vita. Nello stadio di San Siro conoscerà infatti Elisa, giovane e irrequieta pianista attratta dalla prospettiva di un cambiamento politico rivoluzionario. Tra i due nasce una relazione appassionata, resa però difficile dall&#8217;ambigua amicizia di Elisa con alcune persone vicine alla lotta armata. A fare da sfondo alla vicenda dei due giovani, un periodo costellato di eventi di grande impatto sulla storia italiana e internazionale. L&#8217;estate del 1980 arriva a lambire l&#8217;autunno con la pesante battuta d&#8217;arresto per il movimento sindacale. Storia e fiction si mescolano in una trama attraversata dalle canzoni di Bob Marley, artista fuori dal tempo convenzionale come il suo ritmo in levare. È il 27 giugno 1980, quando Bob Marley trionfa con il suo reggae allo stadio di San Siro di Milano davanti a centomila persone. Il presidente della Repubblica è Sandro Pertini, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga, ministro dell’Interno Virginio Rognoni, ministro degli Affari Esteri Emilio Colombo. È un esecutivo composto da Democrazia Cristiana (DC), Partito Socialista Italiano (PSI), Partito Repubblicano Italiano (PRI). Resta in carica dal 4 aprile al 18 ottobre 1980, 197 giorni, ovvero 6 mesi e 14 giorni. L’Italia è in balia di attentati terroristici della lotta armata di sinistra e si sta preparando a un’estate terribile di stragi. Il concerto di Bob Marley a Milano, organizzato da Mario Giusti di Radio Città, preceduto dalle esibizioni di Roberto Ciotti e Pino Daniele, si trasforma in un appuntamento di massa di enorme portata mediatica che mobilita giovani provenienti da ogni parte del Paese e d’Europa. Centomila ragazzi ammassati tra prato e gradinate in un clima calmo e rilassato. E giunge dopo gli anni di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2021/03/Lestate-di-Bob-Marley.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-12183" src="https://www.radioatlanta.it/wp-content/uploads/2021/03/Lestate-di-Bob-Marley.jpg" alt="L'estate di Bob Marley" width="366" height="560" /></a></p>
<p>Come cambierebbe la nostra vita se avessimo una seconda chance? È quanto accade a Pietro, scrittore di mezza età, che in una notte insonne subisce un attacco di panico e sviene. Al risveglio si ritrova di nuovo ventenne nella casa dove ha abitato da ragazzo nel giorno dello storico concerto milanese di Bob Marley, che Pietro ha sempre rimpianto di non aver visto. Il fratello Luca gli offre un biglietto. È la seconda chance che cambierà il corso della sua vita. Nello stadio di San Siro conoscerà infatti Elisa, giovane e irrequieta pianista attratta dalla prospettiva di un cambiamento politico rivoluzionario. Tra i due nasce una relazione appassionata, resa però difficile dall&#8217;ambigua amicizia di Elisa con alcune persone vicine alla lotta armata. A fare da sfondo alla vicenda dei due giovani, un periodo costellato di eventi di grande impatto sulla storia italiana e internazionale. L&#8217;estate del 1980 arriva a lambire l&#8217;autunno con la pesante battuta d&#8217;arresto per il movimento sindacale. Storia e fiction si mescolano in una trama attraversata dalle canzoni di Bob Marley, artista fuori dal tempo convenzionale come il suo ritmo in levare.</p>
<p>È il 27 giugno 1980, quando Bob Marley trionfa con il suo reggae allo stadio di San Siro di Milano davanti a centomila persone. Il presidente della Repubblica è Sandro Pertini, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga, ministro dell’Interno Virginio Rognoni, ministro degli Affari Esteri Emilio Colombo. È un esecutivo composto da Democrazia Cristiana (DC), Partito Socialista Italiano (PSI), Partito Repubblicano Italiano (PRI). Resta in carica dal 4 aprile al 18 ottobre 1980, 197 giorni, ovvero 6 mesi e 14 giorni.<br />
L’Italia è in balia di attentati terroristici della lotta armata di sinistra e si sta preparando a un’estate terribile di stragi.</p>
<p>Il concerto di Bob Marley a Milano, organizzato da Mario Giusti di Radio Città, preceduto dalle esibizioni di Roberto Ciotti e Pino Daniele, si trasforma in un appuntamento di massa di enorme portata mediatica che mobilita giovani provenienti da ogni parte del Paese e d’Europa. Centomila ragazzi ammassati tra prato e gradinate in un clima calmo e rilassato. E giunge dopo gli anni di magra musicale, seguiti dalla durissima contestazione degli autonomi inscenata il 13 settembre 1977 al Vigorelli di Milano contro il chitarrista Carlos Santana, e la conseguente decisione di larga parte dei manager del rock di chiudere le frontiere italiane ai grandi tour delle star internazionali. Qualcosa si muove con i concerti di Patti Smith a Bologna e Firenze organizzati dall’Arci nel 1979, con l’evento dedicato a Demetrio Stratos all’Arena di Milano del 1979, con la riorganizzazione delle Feste dell’Unità, con i festival organizzati dalle radio libere per autofinanziarsi tra il 1979 e il 1980. Poco altro.</p>
<p>Alle 21, mentre inizia il concerto di Bob Marley allo stadio di San Siro, un Douglas – DC9 IH870 della compagnia Itavia, partito dall’aeroporto di Bologna con destinazione Palermo Punta Raisi, con 81 persone a bordo (77 passeggeri, 4 componenti dell’equipaggio), sparisce dai radar dei centri di controllo militari e civili tra le isole di Ponza e Ustica, in un luogo aeronautico chiamato Punto Condor. Quarant’anni dopo si conosce la gravità di ciò che è avvenuto la sera del 27 giugno 1980: il DC9 viene colpito da un razzo sparato da un aereo militare con il transponder spento, di nazionalità ancora da decifrare, durante un’esercitazione in mezzo al Mediterraneo. E poco dopo, il 2 agosto 1980, un ordigno ad alta potenza distruttiva devasta la sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna provocando una carneficina: 85 morti, 200 feriti. Quarant’anni dopo per questa strage ci sono i nomi degli esecutori ed è in corso il processo ai mandanti: Loggia P2, servizi segreti, neofascisti.</p>
<p>Si capisce subito che dietro a Bob Marley c’è qualcosa che va al di là della musica: emozioni, vibrazioni, forza delle idee di giustizia sociale e di riscatto. Ci sono i ghetti di Kingston, e c’è il ritorno verso Mamma Africa.<br />
L’inizio del live viene affidato a Natural Mystic e Positive Vibration, e poi prosegue con una scaletta divenuta immortale: Revolution, I Shot The Sheriff, War, No More Trouble, Zimbabwe, Zion Train, No Woman, No Cry, Jammin’, Exodus, Redemption Song, Natty Dread, Work, Kaya, Roots, Rock, Reggae, Is This Love, Could You Be Loved, Kinky Reggae, Get Up, Stand Up.<br />
Quelle due ore e mezzo passate a San Siro sono composte da suoni ipnotici, accendini accesi, balli continui e prolungati, amori nati proprio quella sera, piccole storie che attraversano la grande Storia d’Italia, il giorno che il Reggae travolge un’intera generazione.</p>
<p>Quella narrata da Paolo Pasi in questo romanzo è una grande storia. Paolo Pasi sarà prossimamente ospite di Tony Graffio a Radio Atlanta Milano</p>
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